Viaggio in India, primo giorno: prendere tempo.

19 settembre 2017

L’Sms della compagnia telefonica Airtel, che mi dà il benvenuto nella più veloce rete 4G dell’India, esordisce con la parola “Namastè”. Ho appena riacceso il telefono dopo l’atterraggio all’aeroporto Indira Gandhi di Dehli. Il nostro viaggio per arrivare fino a qui  è stato un po’ tortuoso, ma necessario. Siamo partiti da Torino venerdì 15 alla volta di Cagliari. Abbiamo partecipato, il giorno seguente, a un tradizionale matrimonio sardo, celebrato nel trecentesco Santuario della Bonaria ( merita una visita, soprattutto per la scalinata)

Da Cagliari siamo poi ripartiti il 17 alla volta di Roma. Mi sono portata dietro però un souvenir indesiderato e ingombrante: una fastidiosa lombalgia che spero passi presto. 

Da Cagliari siamo passati a Roma, dove ci siamo intrattenuti un giorno in compagnia di amici, bighellonando allegramente per la cittá eterna, illuminata da un cielo meravigliosamente terso.

Ieri sera abbiamo preso il nostro volo diretto ad Abu Dhabi per giungere in India, questa mattina, alle ore 10 circa. 

Secoli fa, quando non esistevano gli aerei, per arrivare fino a qui, via terra, dall’Europa si doveva affrontare un’avventura lunga e piena di insidie. Marco Polo docet.

 Via mare, invece, Cristoforo Colombo aveva sbagliato strada e si era ritrovato altrove, come ben sappiamo. 

 Noi abbiamo invece dovuto diluire il nostro viaggio qua e lá in l’Italia, lo abbiamo dilatato, ma ci sembra comunque di essere stati teletrasportati all’improvviso in un’altra dimensione. Penso che non riuscirò mai ad abituarmi al senso di sorpresa suscitato dal percorrere in poche ore così tanti km.

Cosa stavo dicendo? 

Namastè! Si giungono le mani, chinandosi leggermente in avanti. Vuol dire che io mi inchino a te, riconosco la divinità che é in te. Questo è il saluto degli indiani. Mi inchino a voi che state leggendo questo diario.

In aeroporto, la faccenda del visto, funziona come in tanti altri aeroporti: si passa ai controlli dell’ immigrazione con tempi variabili a seconda dello zelo del funzionario e del numero dei passeggeri in attesa. Noi riusciamo a guadagnare l’uscita dopo circa due ore. Mi colpisce la presenza di un’apposita corsia per visitatori con visto per ragioni mediche : sono principalmente famiglie di africani. La domanda per il visto va compilata on line prima della partenza e con largo anticipo. Si deve rispondere a domande del tipo: di che religione sei? Come si chiamano i tuoi genitori? Sono nati in Pakistan? In quali paesi sei stato negli ultimi 10 anni? 

Fuori dall’aeroporto ci attende la nostra guida con l’auto di servizio. Dopo i convenevoli, veniamo risucchiati nel traffico infernale di questa città -stato, popolata da circa 25 milioni di persone. Diventiamo immediatamente parte di un magma umano, fumoso, irrequieto, sorprendente, puzzolente, doloroso, irritante, sorprendente e soprattutto rovente. La App del meteo sullo smartphone mi indica 38 gradi e un’umidità pari a quella di un bagno turco. Si circola a sinistra, unica regola della circolazione che riesco a distinguere, oltre a fermarsi al semaforo rosso.  Per il resto percepisco l’esistenza di regole esistenti ma non codificate. Motorette, auto, tuc tuc e camioncini, tricicli, biciclette, sfrecciano uno accanto all’altro, driblando passanti, mucche e altri animali. Si sfiorarano tra loro pericolosamente. Sciamano. Tagliano la strada. Bisogna essere abili, o folli, o semplicemente fortunati. Nessuno però sembra imprecare, sbracciarsi o gesticolare. I clacson sono un mezzo di comunicazione inarrestabile e petulante. È questa la voce proromente della città!

Per entrare in hotel, dopo aver oltrepassato un’alta cancellata presidiata da guardie con il turbante, la nostra auto viene sommariente perquisita. Scesi dall’auto, passiamo attraverso il metal detector. L’hotel, in perfetto stile coloniale, è un luogo di valore storico: nei suoi corridoi passò Gandhi, in uno dei suoi salotti si decise il destino del Pakistan.

Prima di cena ci concediamo un tuffo in piscina. Ci rendiamo conto di essere in un’oasi protetta per forestieri: da oltre il muro di cinta e la vegetazione, si leva la voce irrequieta della città. Il cielo è coperto da una patina biancastra con sfumature gialle. No, non sono le tipiche nuvole indiane. 

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Da Cagliari a Sant’Antioco, come in un film.

13 Luglio 2017

Abbiamo noleggiato una piccola auto cabriolet. All’inizio Maritino non era molto soddisfatto della scelta ricaduta sull’elegante utilitaria, poi ha capito che invece poteva essere un buon modo per godersi le meraviglie dell’entroterra sardo. Probabilmente ha voluto soddisfare anche un mio inconscio desiderio di romanticismo. Mi ero infatti immaginata come in un film: io e lui, lunghe strade assolate e poco trafficate, paesaggi meravigliosi che cambiano sotto i nostri occhi e confondono i sensi. E il vento tra i capelli?  Infine, di notte, il cielo stellato sopra di noi, mentre l’auto costeggia il mare.

Così ieri abbiamo lasciato Cagliari per raggiungere l’isola di Sant’Antioco. È andato tutto proprio come nel mio film immaginario. 

Durante il tragitto, durato circa 1 ora e 30, abbiamo fatto una breve sosta per ammirare da lontano il Castello di Acqua Fredda. Lo abbiamo intravisto quasi per caso, sulla nostra sinistra, percorrendo la Sp 2 in direzione di Carbonia. Se ne sta ancora lì, sul suo cucuzzolo, dopo tanti secoli, impavido e irremovibile, seppure non sia più quello di un tempo. Si racconta che sia stato costruito per volere del Conte Ugolino della Gherardesca, personaggio storico che rivive nelle terzine della Divina Commedia di Dante. Un documento papale in realtà daterebbe la fortezza giá in un periodo precedente alla nascita del conte, che da queste parti, comunque, c’è stato veramente.

Siamo arrivati sull’isola di Sant’Antioco, la quarta più estesa d’Italia, attraversando un lungo itzmo di terra che la unisce alla Sardegna, poco prima di mezzogiorno. Il nostro hotel si trovava al centro di Calasetta e la finestra della nostra stanza era un’opera d’arte spontanea che ti rimane appesa dentro: tetti popolati di antenne, gabbiani, gatti, sullo sfondo gli alberi delle barche a vela e una striscia di mare che ha il colore della sorpresa e della felicità. Il cielo? Solo  il Grande Pittore potrebbe osare certi colori.

Abbiamo lasciato qui le nostre poche cose. La misura dei nostri viaggi, brevi o lunghi che siano, è inversamente proporzionale alla grandezza del bagaglio. Più è piccolo e leggero, migliore sarà il viaggio.

La ricerca di un ristorante per il pranzo è sempre un irrinunciabile pretesto per fare una salutare camminata di ricognizione. Il centro di Calasetta offre scorci pittoreschi sconosciuti al turismo dei grandi numeri verso paesi come Grecia, Croazia o le isole Caraibiche. Non voglio fare paragoni. I paragoni non servono a nulla. Penso semplicemente che luoghi come quest’isola siano altrettanto degni di viaggi indimenticabili, eppure in giro si vedono pochi turisti stranieri.

“Ora, chi era Sant’Antioco?” mi sono domandata.  Se un luogo porta il nome di un santo, conoscere la storia del santo, del personaggio storico, ci introduce alla storia intima e genuina di un luogo. 

Antioco era un medico nato in Mauritania, nel Nord dell’Africa. Fu esiliato in Sardegna dai Romani ai tempi dell’imperatore Adriano, perchè era cristiano e non volle abiurare la fede. In Sardegna continuò a curare le persone, non solo nel fisico ma anche nello spirito. I suoi resti mortali, sono stati ritrovati nelle catacombe sottostanti alla Basilica a lui intitolata, situata nel comune omonimo di Sant’Antioco, borgo indimenticabile per i suoi scorci pittoreschi.

 Prima di visitare le catacombe, a cui si accede entrando dalla Basilica, mi sono soffermata di fronte alla statua del Santo, oggetto di tanta devozione popolare, e ho sorriso: i secoli hanno fatto dimenticare che fosse africano e sicuramente non avesse fattezze europee, così come raffigurate invece dall’artista che ha realizzato la statua.

Abbiamo proseguito,  purtroppo molto velocemente, verso il Museo Archeologico e il “Tofet”, area sacra punico-fenicia adibita alla sepoltura dei bambini. Mi sono ritrovata ad immaginare, tuffandomi in un passato oscuro e remoto, papà e mamme, i nostri antenati, gente come noi, che portavano queste piccole urne contenenti i resti dei loro bambini sfortunati. Alzando lo sguardo verso l’orizzonte…il mare, come la speranza per un futuro migliore.

Il nostro breve tour termina bighellonando con la nostra mini cabriolet, tra le bellezze naturali isolane. Le vigne promettono un ottimo vino, come quello che abbiamo degustato presso una delle cantine locali. Abbiamo provato il bianco chiamato “Cala di Seta”. È così buono che ce ne siamo fatti spedire un cartone da sei bottiglie a casa, in Piemonte. Un souvenir per bevitori patentati!  Tempo di transito: una ventina di giorni circa ( perché il corriere passa sporadicamente, ci spiegano) 

Cin Cin. Brindo a voi, che mi leggete, sperando di avervi messo un po’ di voglia di passare di qui, la prima volta che verrete in Sardegna. 

Linosa. Piacevoli incontri e riflessioni.

22/06/2017 verso le ore 17

Scendo i tre pioli di una scaletta in ferro vecchio riverniciato, che, dal pontile di cemento armato, conduce in acqua. Scruto con diffidenza la superficie verdazzurra, che si stende calma sotto di me. Dalle dita dei piedi sale il freddo. Una delle due bambine-pesce che mi guizzano intorno, mi rassicura: ” non ci sono meduse e la profondità dell’acqua è di 5 metri e mezzo circa”. Mi immergo. La stessa bambina-pesce, tra una capriola, una breve immersione in apnea e un tuffo, si presenta: si chiama T., ha otto anni e mezzo e si fa portavoce della sorellina bionda, P., di sei anni e mezzo. In vacanza con i genitori, originari di questi luoghi così poco frequentati da turisti, T. e P. sono orgogliose di elencarmi le professioni svolte dai loro parenti. “Interessante! Ma a voi… cosa piacerebbe fare?” incalzo io.  Sul visetto furbo di T., incorniciato da lunghi capelli castani e incastonato da occhioni che si aprono splendenti come conchiglie, compare all’improvviso un’espressione di donna-bambina.

“A me piacerebbe aprire un diving e fare le immersioni, oppure diventare una biologa marina…ma anche l’ingeniere”. Cosa pensavo io del mio futuro a otto anni e mezzo? Cerco di ricordare ma non ci riesco proprio. Di sicuro non ero così determinata. Ah sì, mi piaceva tanto viaggiare sul camion con papà. Facevo finta di parlare le lingue strane delle persone che incontravamo durante i nostri viaggi. Forse si, ora che ci penso ero determinata e non sapevo di esserlo, se ora viaggio e mastico sei lingue straniere.

“E tu? Cosa vorresti fare?” chiedo allora a P. che mi osserva timida con i suoi occhi color dell’Oceano Indiano. T. prende di nuovo la parola, facendosi portavoce della sorellina che posa vezzosa nel suo bikini brillante: 

“Mah…a lei piaciono i trucchi e gli smalti”.

“Allora vuoi fare l’estetista, P.? Anche a me piaciono tanto e per saperli mettere bene bisogna studiare” rispondo pensando alla mia estetista che spesso è impegnata in corsi di aggiornamento.

Le due bambine-pesce escono dall’acqua e rifletto su ciò che mi piacerebbe fare da grande. Sono giá grande, ma c’è sempre qualche altro mestiere da desiderare anche quando si è adulti. Non si è mai abbastanza adulti. Ecco allora che sogno di fare la scrittrice, o più semplicemente di vendere libri, o magari fare la ciclofotografa in giro per il mondo. Esistono i ciclofotografi? 

Mi ritrovo di nuovo fuori dall’acqua, sul pontile di cemento armato vicino a mio marito, il mio compagno di vita e di tanti viaggi. Qui siamo solo noi, le due simpatiche bimbe-pesce, la loro mamma e la loro zia. Guardiamo il mare e assaporiamo le ultime ore di vacanza un po’ anni ’70 su quest’isola così unica nella sua composta e quieta bellezza.

Arrivederci Linosa.

“Andè a Cavuret” e le sequoie di Torino

Ho deciso la meta del mio prossimo “viaggio”. Dopo aver letto un articolo riguardante la località tanto ambita, ho ripiegato il quotidiano e mi sono detta: nessuno potrà dire di aver viaggiato abbastanza fino a quando non avrà conosciuto veramente il luogo da cui proviene. 

Ecco, una minuscola parte di me è nascosta in un luogo che non ho mai visitato, seppure basti percorrere 30 km per raggiungerlo.

Fino alla fine dell’800 Cavoretto era un comune autonomo. Ora é un elegante quartiere di Torino, in una meravigliosa posizione collinare che sovrasta la mia bella e austera città natale. 

“In quale luogo di Cavoretto sei nato esattamente?” scrivo a papà su whatsup.

“In strada Ronchi” mi risponde subito, ma non ricorda il numero civico. 

Mi scrive di nuovo verso sera, dopo essere andato a scartabellare tra chissà quante scartoffie ingiallite. Mi manda un estratto dell’atto di matrimonio, in cui è indicato il luogo di nascita di papà incluso il numero civico. Per poco non mi viene un colpo, anche perchè i miei genitori sono felicemente divorziati da più di 15 anni (quasi quasi propongo loro una bella festa di anniversario del divorzio, un po’ come fanno i Tuareg quando si lasciano)

Cerco allora di immaginarmela, questa Cavoretto del dopo guerra, adagiata languidamente sui fianchi di una collina. C’erano i vigneti ed era meta di romantiche scampagnate. Scopro anche che “andè a Cavoret”era un modo di dire  dei torinesi per indicare una spensierata scampagnata. 

Papà si ricorda anche una canzone sul suo luogo natale. Veniva intonata nelle “piole”, le osterie dove si beveva, si mangiava e si sghignazzava.  S’intitola la “Rampa ad Cavoret” (la salita di Cavoretto) e l’ho trovata su You tube. Non ve la traduco. Chi capisce il piemontese, capisca. Ai “forestieri” dico solo che si parla di una certa strada in salita particolarmente adatta per appartarsi e amoreggiare. 

“Papà, ho letto che in uno dei parchi c’è una coppia di sequoie! Lo sapevi?” 

Non lo sapeva neppure lui, che a Torino ci sono le sequoie.

Gita a Linosa. Impressioni da una bicicletta.

Giovedì 22 giugno 2017, ore 16 circa.

Da qualche tempo subisco il fascino un po’ sinistro degli edifici abbandonati. 

Mi avvicino e, se riesco, mi addentro. Ci respiro dentro. Aspetto. Non so cosa, ma so che devo aspettare. 

Basta una tazzina da caffè sbrecciata rimasta su un tavolino o alcune sedie arrugginite accatastate una sopra l’altra, per fare indietreggiare le lancette di sensi e immaginazione in un’altra epoca. 

Vedo quelle persone, sento i loro discorsi, tra le dita percepisco gli intrecci della vita che si sfila dalla mia presa lasciando che la barchetta di carta vada piano piano al largo.

Qui, al “Club Linosa”, ci sono arrivata in bicicletta, quasi per caso, seguendo il consiglio di una coppia di turisti: “Da quella parte non c’è nulla da vedere!”. Non andarci è di solito l’indicazione che preferisco. So che la meta del “non andarci” é quella che stimola la mia immaginazione. Così mi trovo a ispezionare una struttura turistico recettiva, con una terrazza panoramica eccezionale, completamente abbandonata, occhio e croce da una ventina d’anni.

Questo luogo rimescola nella mia anima malinconia, serenità, desiderio, indefinito, infinito.

Riprendo la bicicletta e proseguo il mio giretto per la sorellina minore delle Pelagie.

Ritorno a Lampedusa,terza parte: riflessioni sulla storia

Quest’isola, da quando l’uomo ha messo piede su di essa circa 7000 anni fa fino ad oggi, é stata un crocrevia di popoli e lo scenario di naufragi, razzie e conflitti. Di qui sono passati Fenici, Romani, Greci, Arabi, crociati, pirati, navigatori, soldati, santi, scrittori, pescatori e cantanti. Doveva essere molto diversa da come appare oggi, cioè 20 kmq di terra semidesertica e rocciosa. Un tempo infatti c’erano boschi popolati da selvaggina, frutteti e persino un castello fortificato. Osservando i relitti delle imbarcazioni dei migranti, abbandonati in uno spiazzo di fronte al porto, rifletto sul fatto che la storia sembra riproporsi ciclicamente: altri viaggi, altre speranze, altri naufragi. 

C’è chi dichiara che non verrebbe in vacanza qui. Un vero peccato. Ci si perde solo un’occasione di comprendere il cuore degli uomini. Qui batte forte e vola alto, come le ali dei gabbiani.

Ritorno a Lampedusa, seconda parte: giro in barca. 

Ieri mi sono concessa una una gita intorno all’isola, a bordo di un bellissimo e romantico caicco. Solo dal mare si riesce a cogliere pienamente la bellezza di questo luogo. Solo dal mare si assume il punto d’osservazione degli esploratori. È un susseguirsi sorprendente di cale, calette, grotte, scogli e faraglioni che si specchiano su acque di un colore che difficilmente si trova in natura, soprattutto quando si passa al largo della Tabaccara, dell’Isola dei Conigli o di Cala Pulcino. 

La temperatura dell’acqua è giá molto gradevole e invita a prolungare le nuotate. Il pranzo servito a bordo è squisito nella sua genuina semplicità: melanzane grigliate condite con un olio e prezzemolo, le acciughe marinate, le penne con uova di ricciola e cozze. Quando il caicco doppia Punta Sottile, un dito di roccia che costituisce l’ultimo baluardo dell’Europa, capisco che la gita sta per terminare e si fa rientro al porto.

Per organizzare un giro in barca, basta passeggiare per il porto. Le escursioni con pranzo a bordo sono ben pubblicizzate a terra. Se si preferisce rimanere a terra, si può partire alla scoperta di Lampedusa noleggiando scooter, quad, auto ( tra cui le caratteristiche Meari) e biciclette (come abbiamo fatto Maritino ed io).

Ritorno a Lampedusa, prima parte: alla riscoperta dell’isola

Sono ritornata a Lampedusa sabato scorso, 12 giugno 2017, dopo quasi vent’anni. Ho deciso di riscoprire questo estremo Sud dell’Europa insieme a Maritino. Vorrei ritrovarla un po’ cambiata, ma sempre meravigliosa, come la conservo gelosamente nei miei ricordi . Questa volta vengo come semplice turista. Oggi sono una donna con una soddisfacente vita professionale, senza particolari problemi familiari o economici. Porto con me un bagaglio strapieno di viaggi ed esperienze intorno al mondo. Quello con i miei vestiti invece è rimasto a Catania, causa transito troppo stretto tra un volo e l’altro. Ho preso un volo Alitalia operato da Etihad, la compagnia che mi porta spesso ad Abu Dhabi. Sono “armata” di reflex digitale e di smartphone. Ho cominciato a scrivere un blog di viaggi e i miei hobby sono scrivere racconti e andare in bicicletta. 

Durante la mia prima permanenza su quest’isola invece, ero una giovane studentessa con più problemi familiari che soldi. Avevo preso un volo Airone da Torino via Palermo per trascorrere un po’ di tempo con il mio ex fidanzato, figlio di una lampedusana. Ho pochissime foto di quell’esperienza indimenticabile, perché era l’epoca dei rullini e costava parecchio far sviluppare le fotografie. Ho vissuto da lampedusana tra i lampedusani. Ho potuto conoscerne mentalità e abitudini, apprezzarne la cordialità, il modo semplice e genuino di vivere.

In breve, i cambiamenti che ho notato subito durante questi primi giorni da turista sono: il nuovo e moderno aeroporto, i ristoranti con vista sulle calette, oggi ben attrezzate con sedie a sdraio ed ombrelloni.

Mi sembra anche che le strutture ricettive siano aumentate di numero e qualità, quelle esistenti rimodernate, ampliate e migliorate.

Cosa è rimasto invariato? La bellezza unica della natura, la semplicità della vita isolana, la bontà del cibo ( che merita un articolo a parte), le poche strade scarsamente manutenute, lo sfrecciare dei motorini giorno e notte, i relitti di imbarcazioni usate per le traversate della speranza, gli avvistamenti di Claudio Baglioni in giro per l’isola ( è proprietario di una bella casa), il sindaco Martello ( che si é ripreso il posto che aveva dovuto cedere alla Nicolini)

( Nella foto Cala Pulcino)

Ora vado a farmi un giro in bicicletta. Vi racconterò altro appena riprendo fiato.

“La felicità è una storia semplice” di Lorenza Gentile

Qualche tempo fa, della stessa autrice, avevo letto e amato “Teo”, una favola contemporanea di deliziosa leggerezza. Quest’ultimo romanzo è perfetto come compagno per un viaggio in treno, perchè parte di esso è ambientato in treno. 

Il protagonista, Vito Baiocchi, abita a Londra, è rimasto disoccupato e sta per suicidarsi. Lo salva la telefonata della nonna che lo prega di tornare in Italia e accompagnarla in Sicilia. Questo viaggio a tappe, dal Nord Italia fino in Sicilia, si colora di incontri buffi, contrattempi e segreti provenienti dal passato.

Nel ventre della balena

Visita alla nave durante la crociera ai Caraibi, 20/04/2017.

Oggi non si scende. Ci si gode l’incedere robusto e agile della nave sul mare placido, appena increspato da una brezza tiepida. Siamo sulla rotta che da St. Marteen ci riporta a Miami, capolinea del nostro viaggio. Anche oggi decido di utilizzare il tempo in modo costruttivo. Alle 10 ho in programma la visita guidata ai luoghi solitamente inaccessibili della nave, cioè i ponti riservati all’equipaggio. L’appuntamento con la guida è a teatro. Sì, a bordo non manca nulla, neppure il teatro. 

Incontro la mia guida, una bella ragazza, giovanissima, sorridente e poliglotta. Mi conduce sul palcoscenico. Rimango impressionata. Il teatro è molto ampio, elegante e moderno. Ha una capienza di ben 1600 posti. Farebbe invidia a un qualsiasi teatro cittadino. Ogni sera sono in programma due spettacoli della durata di un’ora ciascuno. Dal palcoscenico si accede alle quinte e ai camerini. Mi perdo ad ammirare i variopinti costumi di scena appesi ad uno stand collocato lungo tutta una parete.  La guida mi racconta che gli attori non sono dipendenti della compagnia navale, ma di una società esterna che approvigiona artisti per le navi da crociera. Mi spiega che sono gli artisti stessi a doversi occupare di manutenzione e pulizia degli abiti. Mi confida anche, con gli occhi lucidi, che il suo fidanzato, uno dei ballerini, è sbarcato a Miami perchè il suo contratto è terminato. Una nave da crociera è una città che ospita un’intera comunità, all’interno della quale la vita scorre esattamente come sulla terra ferma. Gioie e dolori. Tante vite che si intrecciano. Mi dispiace scriverlo ma esiste anche l’obitorio. 

La visita prosegue nel ventre profondo della nave, scendendo qualche rampa di scale all’interno della zona riservatissima. Qui non c’è traccia di moquettes, marmi e specchi. È tutto molto spartano, ma estremamente lustro e ben organizzato. I soffitti sono molto più bassi. Vengo accompagnata all’interno della lavanderia. 

Decine di grandissime lavatrici industriali piene di asciugamani, lenzuola e tovaglie sono in azione. L’ordine regna sovrano.Nulla è lasciato al caso. È fondamentale che sia così. Mi trovo in una città nella città, come un quartiere sotterraneo. Non arriva la luce del sole, ma l’illuminazione artificiale è tutto sommato gradevole.  Alcuni addetti passano le lenzuola asciutte attraverso la stiratrice industriale, che le restituisce, in un minuto circa, stirate e piegate. Sarebbero il sogno di ogni massaia. Peccato siano molto ingombranti. Qua e là, affisse alle pareti, si leggono le regole su modalità e frequenza di lavaggio delle divise e del bucato dell’equipaggio.  

Dalla lavanderia proseguo verso la cambusa. Si tratta di un vero e proprio magazzino logistico di prodotti alimentari. Devo indossare un grembiule, copriscarpe, mascherina e cuffietta, per evitare ogni genere di contaminazione.

Il controllo delle scorte e delle scadenze dei prodotti è gestito con un sistema informatico, come in ogni efficiente magazzino che si rispetti. I prodotti sono di ottima qualità, benchè tutti provenienti dalla grande distribuzione. Frutta e verdura freschi provengono dai porti che abbiamo toccato precedentemente. Uscita da quest’area, mi viene indicata la parete dietro la quale si trova il compattatore di rifiuti. Ne percepisco chiaramente il regolare rumore metallico e immagino due fauci che si richiudono ingoiando tutto.  A bordo si fa la raccolta differenziata e i rifiuti vengono trattati con questo compattatore prima di scaricarli al porto dove vengono ritirati dalle società specializzate. Tutte le volte che sono scesa a terra ho infatti notato spesso un intenso via vai di automezzi pesanti che scaricano sul molo i rifornimenti, mentre altri ritirano i rifiuti. Una nave-città di questo genere ha un indotto incredibile. Vengono movimentate giornalmente decine di tonnellate di merci.

La mia guida mi conduce lungo un paio di corridoi, spiegandomi che in questo quartiere sotterraneo ci sono tre mense: una per gli ufficiali, che vengono serviti al tavolo, una per  impiegati e responsabili, un’altra per camerieri,  operai, ecc… Mi spiega che le cabine dell’equipaggio sono piuttosto piccole. Non può mostrarmene una, ma capisco che occhio e croce sono circa 8 mq: ci sta un letto a castello, un armadietto per abiti e oggetti personali, un tavolino e il bagno con doccia. Alcune hanno un oblò da cui arriva la luce del sole e si vede il mare, alcune sono cieche. “Io preferisco quelle cieche, perchè gli oblò non hanno tende o persiane, quindi a volte la luce del sole disturba il riposo” aggiunge la ragazza.

Durante il tempo libero, l’equipaggio ha a disposizione locali e servizi riservati: palestra, piscina, cinema, area ricreativa. 

Un profumo di pane e dolci appena sfornati mi indica che ci stiamo avvicinando alle cucine. Uno degli chef è orgoglioso di mostrarmi come sono organizzate. Rimango sbalordita. Sono ambienti immensi, luccicanti, ordinatissimi. 

Ci sono decine e decine di fornelli e punti cottura allineati uno accanto all’altro per decine di metri. Grandi monitor ultrapiatti indicano gli ordini provenienti dai ponti. Ogni giorno vengono preparati migliaia di piatti, sfornate centinaia di tonnellate di pane, pizza e dolci. È un continuo tagliare, tritare, spadellare, impiattare senza tregua 24 ore su 24. Rimango affascinata da questo mondo di fuoco e d’acciaio. 

Non mi è consentito vedere altro. La sala macchine ed il ponte di comando, per ragioni di sicurezza, rimangono giustamente off limits. 

Ringrazio, saluto e risalgo.