Linosa. Piacevoli incontri e riflessioni.

22/06/2017 verso le ore 17

Scendo i tre pioli di una scaletta in ferro vecchio riverniciato, che, dal pontile di cemento armato, conduce in acqua. Scruto con diffidenza la superficie verdazzurra, che si stende calma sotto di me. Dalle dita dei piedi sale il freddo. Una delle due bambine-pesce che mi guizzano intorno, mi rassicura: ” non ci sono meduse e la profondità dell’acqua è di 5 metri e mezzo circa”. Mi immergo. La stessa bambina-pesce, tra una capriola, una breve immersione in apnea e un tuffo, si presenta: si chiama T., ha otto anni e mezzo e si fa portavoce della sorellina bionda, P., di sei anni e mezzo. In vacanza con i genitori, originari di questi luoghi così poco frequentati da turisti, T. e P. sono orgogliose di elencarmi le professioni svolte dai loro parenti. “Interessante! Ma a voi… cosa piacerebbe fare?” incalzo io.  Sul visetto furbo di T., incorniciato da lunghi capelli castani e incastonato da occhioni che si aprono splendenti come conchiglie, compare all’improvviso un’espressione di donna-bambina.

“A me piacerebbe aprire un diving e fare le immersioni, oppure diventare una biologa marina…ma anche l’ingeniere”. Cosa pensavo io del mio futuro a otto anni e mezzo? Cerco di ricordare ma non ci riesco proprio. Di sicuro non ero così determinata. Ah sì, mi piaceva tanto viaggiare sul camion con papà. Facevo finta di parlare le lingue strane delle persone che incontravamo durante i nostri viaggi. Forse si, ora che ci penso ero determinata e non sapevo di esserlo, se ora viaggio e mastico sei lingue straniere.

“E tu? Cosa vorresti fare?” chiedo allora a P. che mi osserva timida con i suoi occhi color dell’Oceano Indiano. T. prende di nuovo la parola, facendosi portavoce della sorellina che posa vezzosa nel suo bikini brillante: 

“Mah…a lei piaciono i trucchi e gli smalti”.

“Allora vuoi fare l’estetista, P.? Anche a me piaciono tanto e per saperli mettere bene bisogna studiare” rispondo pensando alla mia estetista che spesso è impegnata in corsi di aggiornamento.

Le due bambine-pesce escono dall’acqua e rifletto su ciò che mi piacerebbe fare da grande. Sono giá grande, ma c’è sempre qualche altro mestiere da desiderare anche quando si è adulti. Non si è mai abbastanza adulti. Ecco allora che sogno di fare la scrittrice, o più semplicemente di vendere libri, o magari fare la ciclofotografa in giro per il mondo. Esistono i ciclofotografi? 

Mi ritrovo di nuovo fuori dall’acqua, sul pontile di cemento armato vicino a mio marito, il mio compagno di vita e di tanti viaggi. Qui siamo solo noi, le due simpatiche bimbe-pesce, la loro mamma e la loro zia. Guardiamo il mare e assaporiamo le ultime ore di vacanza un po’ anni ’70 su quest’isola così unica nella sua composta e quieta bellezza.

Arrivederci Linosa.

“Andè a Cavuret” e le sequoie di Torino

Ho deciso la meta del mio prossimo “viaggio”. Dopo aver letto un articolo riguardante la località tanto ambita, ho ripiegato il quotidiano e mi sono detta: nessuno potrà dire di aver viaggiato abbastanza fino a quando non avrà conosciuto veramente il luogo da cui proviene. 

Ecco, una minuscola parte di me è nascosta in un luogo che non ho mai visitato, seppure basti percorrere 30 km per raggiungerlo.

Fino alla fine dell’800 Cavoretto era un comune autonomo. Ora é un elegante quartiere di Torino, in una meravigliosa posizione collinare che sovrasta la mia bella e austera città natale. 

“In quale luogo di Cavoretto sei nato esattamente?” scrivo a papà su whatsup.

“In strada Ronchi” mi risponde subito, ma non ricorda il numero civico. 

Mi scrive di nuovo verso sera, dopo essere andato a scartabellare tra chissà quante scartoffie ingiallite. Mi manda un estratto dell’atto di matrimonio, in cui è indicato il luogo di nascita di papà incluso il numero civico. Per poco non mi viene un colpo, anche perchè i miei genitori sono felicemente divorziati da più di 15 anni (quasi quasi propongo loro una bella festa di anniversario del divorzio, un po’ come fanno i Tuareg quando si lasciano)

Cerco allora di immaginarmela, questa Cavoretto del dopo guerra, adagiata languidamente sui fianchi di una collina. C’erano i vigneti ed era meta di romantiche scampagnate. Scopro anche che “andè a Cavoret”era un modo di dire  dei torinesi per indicare una spensierata scampagnata. 

Papà si ricorda anche una canzone sul suo luogo natale. Veniva intonata nelle “piole”, le osterie dove si beveva, si mangiava e si sghignazzava.  S’intitola la “Rampa ad Cavoret” (la salita di Cavoretto) e l’ho trovata su You tube. Non ve la traduco. Chi capisce il piemontese, capisca. Ai “forestieri” dico solo che si parla di una certa strada in salita particolarmente adatta per appartarsi e amoreggiare. 

“Papà, ho letto che in uno dei parchi c’è una coppia di sequoie! Lo sapevi?” 

Non lo sapeva neppure lui, che a Torino ci sono le sequoie.

Gita a Linosa. Impressioni da una bicicletta.

Giovedì 22 giugno 2017, ore 16 circa.

Da qualche tempo subisco il fascino un po’ sinistro degli edifici abbandonati. 

Mi avvicino e, se riesco, mi addentro. Ci respiro dentro. Aspetto. Non so cosa, ma so che devo aspettare. 

Basta una tazzina da caffè sbrecciata rimasta su un tavolino o alcune sedie arrugginite accatastate una sopra l’altra, per fare indietreggiare le lancette di sensi e immaginazione in un’altra epoca. 

Vedo quelle persone, sento i loro discorsi, tra le dita percepisco gli intrecci della vita che si sfila dalla mia presa lasciando che la barchetta di carta vada piano piano al largo.

Qui, al “Club Linosa”, ci sono arrivata in bicicletta, quasi per caso, seguendo il consiglio di una coppia di turisti: “Da quella parte non c’è nulla da vedere!”. Non andarci è di solito l’indicazione che preferisco. So che la meta del “non andarci” é quella che stimola la mia immaginazione. Così mi trovo a ispezionare una struttura turistico recettiva, con una terrazza panoramica eccezionale, completamente abbandonata, occhio e croce da una ventina d’anni.

Questo luogo rimescola nella mia anima malinconia, serenità, desiderio, indefinito, infinito.

Riprendo la bicicletta e proseguo il mio giretto per la sorellina minore delle Pelagie.

Ritorno a Lampedusa,terza parte: riflessioni sulla storia

Quest’isola, da quando l’uomo ha messo piede su di essa circa 7000 anni fa fino ad oggi, é stata un crocrevia di popoli e lo scenario di naufragi, razzie e conflitti. Di qui sono passati Fenici, Romani, Greci, Arabi, crociati, pirati, navigatori, soldati, santi, scrittori, pescatori e cantanti. Doveva essere molto diversa da come appare oggi, cioè 20 kmq di terra semidesertica e rocciosa. Un tempo infatti c’erano boschi popolati da selvaggina, frutteti e persino un castello fortificato. Osservando i relitti delle imbarcazioni dei migranti, abbandonati in uno spiazzo di fronte al porto, rifletto sul fatto che la storia sembra riproporsi ciclicamente: altri viaggi, altre speranze, altri naufragi. 

C’è chi dichiara che non verrebbe in vacanza qui. Un vero peccato. Ci si perde solo un’occasione di comprendere il cuore degli uomini. Qui batte forte e vola alto, come le ali dei gabbiani.

Ritorno a Lampedusa, seconda parte: giro in barca. 

Ieri mi sono concessa una una gita intorno all’isola, a bordo di un bellissimo e romantico caicco. Solo dal mare si riesce a cogliere pienamente la bellezza di questo luogo. Solo dal mare si assume il punto d’osservazione degli esploratori. È un susseguirsi sorprendente di cale, calette, grotte, scogli e faraglioni che si specchiano su acque di un colore che difficilmente si trova in natura, soprattutto quando si passa al largo della Tabaccara, dell’Isola dei Conigli o di Cala Pulcino. 

La temperatura dell’acqua è giá molto gradevole e invita a prolungare le nuotate. Il pranzo servito a bordo è squisito nella sua genuina semplicità: melanzane grigliate condite con un olio e prezzemolo, le acciughe marinate, le penne con uova di ricciola e cozze. Quando il caicco doppia Punta Sottile, un dito di roccia che costituisce l’ultimo baluardo dell’Europa, capisco che la gita sta per terminare e si fa rientro al porto.

Per organizzare un giro in barca, basta passeggiare per il porto. Le escursioni con pranzo a bordo sono ben pubblicizzate a terra. Se si preferisce rimanere a terra, si può partire alla scoperta di Lampedusa noleggiando scooter, quad, auto ( tra cui le caratteristiche Meari) e biciclette (come abbiamo fatto Maritino ed io).

Ritorno a Lampedusa, prima parte: alla riscoperta dell’isola

Sono ritornata a Lampedusa sabato scorso, 12 giugno 2017, dopo quasi vent’anni. Ho deciso di riscoprire questo estremo Sud dell’Europa insieme a Maritino. Vorrei ritrovarla un po’ cambiata, ma sempre meravigliosa, come la conservo gelosamente nei miei ricordi . Questa volta vengo come semplice turista. Oggi sono una donna con una soddisfacente vita professionale, senza particolari problemi familiari o economici. Porto con me un bagaglio strapieno di viaggi ed esperienze intorno al mondo. Quello con i miei vestiti invece è rimasto a Catania, causa transito troppo stretto tra un volo e l’altro. Ho preso un volo Alitalia operato da Etihad, la compagnia che mi porta spesso ad Abu Dhabi. Sono “armata” di reflex digitale e di smartphone. Ho cominciato a scrivere un blog di viaggi e i miei hobby sono scrivere racconti e andare in bicicletta. 

Durante la mia prima permanenza su quest’isola invece, ero una giovane studentessa con più problemi familiari che soldi. Avevo preso un volo Airone da Torino via Palermo per trascorrere un po’ di tempo con il mio ex fidanzato, figlio di una lampedusana. Ho pochissime foto di quell’esperienza indimenticabile, perché era l’epoca dei rullini e costava parecchio far sviluppare le fotografie. Ho vissuto da lampedusana tra i lampedusani. Ho potuto conoscerne mentalità e abitudini, apprezzarne la cordialità, il modo semplice e genuino di vivere.

In breve, i cambiamenti che ho notato subito durante questi primi giorni da turista sono: il nuovo e moderno aeroporto, i ristoranti con vista sulle calette, oggi ben attrezzate con sedie a sdraio ed ombrelloni.

Mi sembra anche che le strutture ricettive siano aumentate di numero e qualità, quelle esistenti rimodernate, ampliate e migliorate.

Cosa è rimasto invariato? La bellezza unica della natura, la semplicità della vita isolana, la bontà del cibo ( che merita un articolo a parte), le poche strade scarsamente manutenute, lo sfrecciare dei motorini giorno e notte, i relitti di imbarcazioni usate per le traversate della speranza, gli avvistamenti di Claudio Baglioni in giro per l’isola ( è proprietario di una bella casa), il sindaco Martello ( che si é ripreso il posto che aveva dovuto cedere alla Nicolini)

( Nella foto Cala Pulcino)

Ora vado a farmi un giro in bicicletta. Vi racconterò altro appena riprendo fiato.

“La felicità è una storia semplice” di Lorenza Gentile

Qualche tempo fa, della stessa autrice, avevo letto e amato “Teo”, una favola contemporanea di deliziosa leggerezza. Quest’ultimo romanzo è perfetto come compagno per un viaggio in treno, perchè parte di esso è ambientato in treno. 

Il protagonista, Vito Baiocchi, abita a Londra, è rimasto disoccupato e sta per suicidarsi. Lo salva la telefonata della nonna che lo prega di tornare in Italia e accompagnarla in Sicilia. Questo viaggio a tappe, dal Nord Italia fino in Sicilia, si colora di incontri buffi, contrattempi e segreti provenienti dal passato.

Nel ventre della balena

Visita alla nave durante la crociera ai Caraibi, 20/04/2017.

Oggi non si scende. Ci si gode l’incedere robusto e agile della nave sul mare placido, appena increspato da una brezza tiepida. Siamo sulla rotta che da St. Marteen ci riporta a Miami, capolinea del nostro viaggio. Anche oggi decido di utilizzare il tempo in modo costruttivo. Alle 10 ho in programma la visita guidata ai luoghi solitamente inaccessibili della nave, cioè i ponti riservati all’equipaggio. L’appuntamento con la guida è a teatro. Sì, a bordo non manca nulla, neppure il teatro. 

Incontro la mia guida, una bella ragazza, giovanissima, sorridente e poliglotta. Mi conduce sul palcoscenico. Rimango impressionata. Il teatro è molto ampio, elegante e moderno. Ha una capienza di ben 1600 posti. Farebbe invidia a un qualsiasi teatro cittadino. Ogni sera sono in programma due spettacoli della durata di un’ora ciascuno. Dal palcoscenico si accede alle quinte e ai camerini. Mi perdo ad ammirare i variopinti costumi di scena appesi ad uno stand collocato lungo tutta una parete.  La guida mi racconta che gli attori non sono dipendenti della compagnia navale, ma di una società esterna che approvigiona artisti per le navi da crociera. Mi spiega che sono gli artisti stessi a doversi occupare di manutenzione e pulizia degli abiti. Mi confida anche, con gli occhi lucidi, che il suo fidanzato, uno dei ballerini, è sbarcato a Miami perchè il suo contratto è terminato. Una nave da crociera è una città che ospita un’intera comunità, all’interno della quale la vita scorre esattamente come sulla terra ferma. Gioie e dolori. Tante vite che si intrecciano. Mi dispiace scriverlo ma esiste anche l’obitorio. 

La visita prosegue nel ventre profondo della nave, scendendo qualche rampa di scale all’interno della zona riservatissima. Qui non c’è traccia di moquettes, marmi e specchi. È tutto molto spartano, ma estremamente lustro e ben organizzato. I soffitti sono molto più bassi. Vengo accompagnata all’interno della lavanderia. 

Decine di grandissime lavatrici industriali piene di asciugamani, lenzuola e tovaglie sono in azione. L’ordine regna sovrano.Nulla è lasciato al caso. È fondamentale che sia così. Mi trovo in una città nella città, come un quartiere sotterraneo. Non arriva la luce del sole, ma l’illuminazione artificiale è tutto sommato gradevole.  Alcuni addetti passano le lenzuola asciutte attraverso la stiratrice industriale, che le restituisce, in un minuto circa, stirate e piegate. Sarebbero il sogno di ogni massaia. Peccato siano molto ingombranti. Qua e là, affisse alle pareti, si leggono le regole su modalità e frequenza di lavaggio delle divise e del bucato dell’equipaggio.  

Dalla lavanderia proseguo verso la cambusa. Si tratta di un vero e proprio magazzino logistico di prodotti alimentari. Devo indossare un grembiule, copriscarpe, mascherina e cuffietta, per evitare ogni genere di contaminazione.

Il controllo delle scorte e delle scadenze dei prodotti è gestito con un sistema informatico, come in ogni efficiente magazzino che si rispetti. I prodotti sono di ottima qualità, benchè tutti provenienti dalla grande distribuzione. Frutta e verdura freschi provengono dai porti che abbiamo toccato precedentemente. Uscita da quest’area, mi viene indicata la parete dietro la quale si trova il compattatore di rifiuti. Ne percepisco chiaramente il regolare rumore metallico e immagino due fauci che si richiudono ingoiando tutto.  A bordo si fa la raccolta differenziata e i rifiuti vengono trattati con questo compattatore prima di scaricarli al porto dove vengono ritirati dalle società specializzate. Tutte le volte che sono scesa a terra ho infatti notato spesso un intenso via vai di automezzi pesanti che scaricano sul molo i rifornimenti, mentre altri ritirano i rifiuti. Una nave-città di questo genere ha un indotto incredibile. Vengono movimentate giornalmente decine di tonnellate di merci.

La mia guida mi conduce lungo un paio di corridoi, spiegandomi che in questo quartiere sotterraneo ci sono tre mense: una per gli ufficiali, che vengono serviti al tavolo, una per  impiegati e responsabili, un’altra per camerieri,  operai, ecc… Mi spiega che le cabine dell’equipaggio sono piuttosto piccole. Non può mostrarmene una, ma capisco che occhio e croce sono circa 8 mq: ci sta un letto a castello, un armadietto per abiti e oggetti personali, un tavolino e il bagno con doccia. Alcune hanno un oblò da cui arriva la luce del sole e si vede il mare, alcune sono cieche. “Io preferisco quelle cieche, perchè gli oblò non hanno tende o persiane, quindi a volte la luce del sole disturba il riposo” aggiunge la ragazza.

Durante il tempo libero, l’equipaggio ha a disposizione locali e servizi riservati: palestra, piscina, cinema, area ricreativa. 

Un profumo di pane e dolci appena sfornati mi indica che ci stiamo avvicinando alle cucine. Uno degli chef è orgoglioso di mostrarmi come sono organizzate. Rimango sbalordita. Sono ambienti immensi, luccicanti, ordinatissimi. 

Ci sono decine e decine di fornelli e punti cottura allineati uno accanto all’altro per decine di metri. Grandi monitor ultrapiatti indicano gli ordini provenienti dai ponti. Ogni giorno vengono preparati migliaia di piatti, sfornate centinaia di tonnellate di pane, pizza e dolci. È un continuo tagliare, tritare, spadellare, impiattare senza tregua 24 ore su 24. Rimango affascinata da questo mondo di fuoco e d’acciaio. 

Non mi è consentito vedere altro. La sala macchine ed il ponte di comando, per ragioni di sicurezza, rimangono giustamente off limits. 

Ringrazio, saluto e risalgo.

Vacanze a domicilio

Le ho sempre chiamate “vacanze a domicilio”. Questa apparente contraddizione è la mia filosofia di vita. Quando non posso viaggiare o concedermi una vacanza, non me ne rammarico, non invidio chi parte, non passo tempo a leggere guide turistiche o a pianificare nei minimi dettagli cosa farò durante il mio prossimo viaggio. Semplicemente mi guardo intorno e vado alla scoperta del bello e inosservato casalingo di tutti i giorni. 

Ecco allora che, per godermi una vacanziera casalinghitudine, trasformo ad esempio un angoletto del cortile in un luogo di relax, dove si può fare colazione o una cena romantica all’aperto,come nei migliori hotel in capo al mondo. Nessun hotel ha così tante stelle come sopra la propria casa.

Non è complicato, nè costoso. Basta un tavolino, le sedie, eventualmente un ombrello per il sole, oppure delle candele per la sera, qualche vaso di fiori e tirare fuori dalla credenza il servizio di ceramiche buono. Ci aggiungo una rivista o un buon libro. Ci sono libri che fanno fare vacanze da cui non si torna mai più.

Una vacanza dunque è un’attitidine mentale, tanto quanto viaggiare non è necessariamente percorrere migliaia di km. Se ogni anno molti vacanzieri dichiarano di essere ritornati a casa più stanchi, di aver litigato con famiglia e parenti, di non esssersi divertiti, una ragione ci sarà, giusto?

Sono fortunata, lo ammetto. Abitare in campagna, facilita molto le cose. Non è un luogo di villeggiatura, ma il contatto con la natura è un vantaggio indiscutibile. 

Esco di casa in auto per andare a fare la spesa. Proprio fuori dal cancello, dall’altra parte della strada, c’è un campo d’orzo che mi osserva curioso con le sue miriadi di pupille viola. Arresto l’auto e scendo. Fare le foto è sempre una buona scusa per non farmi prendendere per pazza.

Ottava tappa: St. Marteen, “the friendly island”

19/04/2017 Appena scendo dalla nave, a Phillipsburg, situata sul lato olandese dell’isola di St Marteen, sistemo subito le mie terga addormentate sul sellino di una bicicletta. Ah la bici, che passione! Come rinunciare a una bella pedalata proprio qui, “succursale” caraibica dell’Olanda?

Il ragazzo che affitta le biciclette mi scorta fino al “Boardwalk”, il lungo mare, a circa 1 km dal punto d’attracco delle navi da crociera. Qui si trovano i locali della movida, dello shopping e dello struscio. Essa si estende lungo la spiaggia della “Great Bay”, una distesa di sedie a sdraio e ombrelloni, tutti vicinissimi uno all’altro. L’affluenza turistica è intensa.  All’improvviso un déjà-vu! Ripassano davanti ai miei occhi le immagini della mia prima vacanza al mare, sulla riviera romagnola, Viserba, Viserbella, Torrepedrera, in campeggio con la mia amica del cuore. Le spiagge attrezzate mi fanno sempre questo effetto.

La mia guida svolta a destra e mi indica, dritto di fronte a noi, l’antico tribunale, quello dell’epoca dei colonizzatori. Sul tetto campeggia un ananas. Tradizionalmente questo frutto è un simbolo di benvenuto. 

La guida svolta quindi a sinistra, precisando che stiamo per percorrere una via meno praticata da turisti e visitatori, ma indubbiamente più suggestiva: qui si trovano le graziose casette di legno in stile creolo. 

Il giovanotto è un tipo piuttosto loquace e molto simpatico. Casualmente noto che le targhe dei veicoli, oltre al numero di serie, riportano anche una sorta di messaggio pubblicitario: “the friendly island” si legge, dunque essere “friendly” amichevole, è una prerogativa indiscutibile degli indigeni. Il primo che ho conosciuto è indiscutibilmente friendly. Io lo sono meno, ma faccio in fretta ad adeguarmi. Mentre mi conduce sulle pendici di una salita che potrebbe togliere il fiato in pochi secondi, se non fosse per il fatto che sono forgiata da centinaia di km in bicicletta sul fiero territorio collinoso piemontese, lo “intervisto”.

La parte francese dell’isola è più estesa di quella olandese, mi spiega. Secondo una leggenda, questo sarebbe dovuto al fatto che i colonizzatori francesi bevevano il vino, mentre gli olandesi il gin. Dunque il sole caraibico ebbe meno effetto soporifero sui francesi che “fecero più strada” e si accaparrarono più territorio. 

Raggiungiamo Fort Amsterdam, i ruderi di una fortezza del ‘600 che domina dall’alto la Great Bay. Oltre ad essere luogo di interesse storico, questa è la zona protetta in cui vengono a nidificare i pellicani. Il panorama è di eccezionale bellezza. 


Inizio a pensare che sia un peccato ripartite giá questa sera, senza poter visitare la parte francese. Riscendiamo, in mezzo al traffico stradale furibondo, verso il boardwalk. Davanti ad una buona birra locale , la Carib ( prodotta nelle vicine Trinidad e Tobago), sorseggiata in uno dei bar sulla spiaggia, chiedo alla guida se sia contento di una così massiccia presenza turistica sull’isola. Mi risponde che da quando è nato è sempre stata così. Non saprebbe immaginarla in modo diverso. Dichiara di essere felice. Il turismo è la principale fonte di benessere per questo piccolo Paese, in cui non si produce nulla e tutto viene importato. Un tempo, quando non esistevano i frigoriferi, andavano forte con il sale, poi si smise di produrre anche quello. Giacchè mi parla in inglese, ma l’isola è divisa tra francesi e olandesi, sono curiosa di sapere in realtà quale sia la sua lingua madre. Mi conferma che è l’inglese, come tutti gli abitanti. L’olandese e il francese sono materie di studio nelle scuole, ma in famglia e nella vita pubblica si parla inglese. Tra i più anziani è ancora diffuso il “papiamento”, un creolo che deriva dal portoghese e dallo spagnolo. Ma si sta purtroppo perdendo. Tiene a precisare che gli isolani sono molto uniti: lo hanno dimostrato, quando hanno dovuto rimboccarsi le maniche tutti insieme per riparare i danni ingenti subiti a seguito dell’uragano Kathrina. Lo devo ammettere, da ciò che vedo hanno fatto un ottimo lavoro e si vede che i turisti sono al centro dell’attenzione. 

Riconsegno la bici e mi congedo dalla simpatica compagnia. Girovago a piedi per Phillipsburg, soffermandomi a osservarne gli scorci caratteristici. Visito la chiesa metodista. 


Infine, accaldata e affamata, mi congedo un pranzo leggero in un ristorante lungo il boardwalk. Sul menù non vi è nulla di tipico, molti piatti sono rivisitazioni della cucina di altri paesi, dal Medioriente al Messico, ma gli ingredienti sono freschissimi e i sapori leggeri. Non manca un divertente intattenimento musicale a base di raegetton, barzellette e gag.

Agguanto un paio di souvenirs sulla strada verso il porto: la spiaggia diventata famosa perchè così tanto vicina l’aeroporto, da poter quasi toccare gli aerei con un dito è raffigurata anche sugli orologi da cucina. È anche attivo un servizio taxi dedicate si vuole assistere allo spettacolo. Mi fido sulla parola, mi dico.


Risalgo a bordo con un po’ di malinconia. Arrivederci Friendly Island.