Lisbona in tram, 08/12/2017

Non ci sono mai stata prima d’ora, ma l’ho riconosciuta a prima vista.
L’ho riconosciuta in quel modo assurdo e presuntuoso che induce a credere di aver avuto un’esistenza precedente.
Ho riconosciuto il groviglio di strade lastricate, il morbido abbraccio dei suoi colli, le chiese fiabesche e gli alberi di arance all’improvviso, i marciapiedi mosaicati, l’andatura degli anziani, le facciate dei palazzi sorridenti di piastrelle raffinate, il fiume mansueto sotto la pioggia invernale, il sali-scendi dei tram e lo sferragliare dei sogni, le variopinte abitazioni ritagliate tra tetti, antenne, vicoli e terrazze, il mare che salpa verso il nuovo mondo, le panchine solitarie, la musica nè triste nè allegra come il destino che non si conosce, il profumo di buon cibo e di vino che scalda il cuore, la brezza tiepida dei viaggi in divenire.
Chissà, forse ho semplicemente riconosciuto un luogo che appartiene alla mia geografia interiore.

-Amore, ti prego, facciamo un giro in tram! – ho cominciato a frignare in un modo fasullo e teatrale.
Maritino, che non ama le città e i luoghi affollati, alla vista del numero 28 giallo, ha sgranato gli occhi e tentato di opporre una debole e altrettanto fasulla resistenza: -No daì! Non vedi che si sta come in una scatola di sardine?

Credo che questo modo di dire lo abbiano inventato proprio da queste parti, perchè le sardine in scatola sono una specialità gastronomica inevitabile.
Abbiamo così optato per il tram rosso: con 20 Euro ci siamo aggiudicati un comodo posto a sedere, l’audioguida in 11 lingue, possibilità di salire e scendere dove e quando si vuole.
Il resto lo raccontano le immagini che ho cercato di rubare al tempo.

Oltre a chiese e monumenti, durante la nostra breve visita

1) a cena abbiamo assaggiato la cataplana de peixe, una zuppa di pesce leggera cotta e servita in un particolare tegame fi rame.

2) abbiamo fatto una capatina al caffè “A Brasileira” dove era solito recarsi Fernando Pessoa

3) ci siamo persi nelle antiche librerie dove ho comprato un souvenir d’epoca per il mio babbo, cioè un 45 giri con brani famosi de “La madama Butterfly”

4) curiosato nei deliziosi negozietti di artigianato locale: le ceramiche sono di eccelsa fattura, anche quando si tratta di un magnete per il frigorifero.

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Abu Dhabi, la moschea di Al Zayed nel sorriso delle donne

Venerdì 10 novembre, poco prima delle 16.

Dopo essere passate, la mia fedele tracolla da viaggio ed io, attraverso il metaldetector e lo sguardo vigile delle addette alla sicurezza, velate, truccatissime e lungo cigliate, mi viene mostrato l’ingresso di un camerino. All’interno di esso, un’altra sorvegliante mi squadra sommariamente e, col piglio più consono a un’abile commessa del settore abbigliamento, afferra un’abaya blu da uno degli appendiabiti e me la porge senza diritto di recesso. La tunica é confezionata con un tessuto morbido, leggero e luminoso. Scivola bene sui fianchi e arriva fino ai piedi, come un abito da sera. È dotata di una cuffia esigua che funge da hijab, il velo islamico. Mi copro dunque il capo come indicato in un cartello appeso a una parete.

Alcune turiste anglofone ugualmente alle prese con la vestizione, ridono fragorosamente. L’atmosfera ricorda i preparativi di una festa in maschera.
Esco e ritrovo Maritino che contempla l’imponente sagoma marmorea della Grande Moschea di Zayed.

Non mi riconosce subito, abbigliata con quel pastrano. Prima di lasciare l’hotel, avevo messo in borsa una pashmina per coprirmi il capo. Indosso dei pantaloni ampi e una camicia castigata a maniche lunghe, ma evidentemente non è sufficiente. Maritino, tra il serio e il faceto, mi dice che sto bene, anche se per lui starei bene anche vestita con un sacco della spazzatura.
Cominciamo la nostra visita imboccando il percorso guidato.
Oggi è giorno di festa per i musulmani ma  a quest’ora la moschea è gremita da turisti e semplici visitatori.
È un luogo di culto che colpisce soprattutto per le dimensioni, al limite dell’esagerazione, di ogni cosa su cui si posi lo sguardo. Destinata ad accogliere oltre 40.000 fedeli, è un complesso di edifici marmorei, sormontati da svariati cupoloni e minareti, che si estende per  12 ettari. La corte centrale, circondata da porticati kilometrici, si estende per  17000 mq ed è considerata, in virtù dei decori floreali, uno dei più grandi mosaici del mondo.

Nelle sale della preghiera, i lampadari in cristallo di Swaroski abbagliano il visitatore con riflessi e colori quasi psichedelici. Nella sala principale è presente il terzo più grande lampadario al mondo, alto quindici metri e dal diametro di dieci. Ai nostri piedi invece ammiriamo il più grande tappeto mai realizzato in Iran: quasi 6000 mq e 35 tonnellate di soffice meraviglia. Probabilmente oltre 1200 persone devono la perdita di diotrie a due anni della propria vita  trascorsi ad annodare fili di lana e seta.

Le colonne brillano di madreperla e le finestre mosaicate lasciano entrare ormai la luce quieta del tramonto.
Sono trascorse quasi due ore e non abbiamo ancora terminato il percorso. Mi distraggo osservando gli altri visitatori, soprattutto le famiglie native con bambini. Appaiono spensierate e allegre, le donne chiuse nel loro niqab oscuri mentre fotografano, con costosi smartphones, figlioletti e mariti. Chissà se e con chi condividono quelle immagini. Chissá se i social servono anche a loro per uscire un poco da un mondo chiuso e pieno di limitazioni.

Noi donne riusciamo a sorridere sempre,  anche quando ci imponono di coprirlo, il sorriso. Perciò talvolta incutiamo timore.
Guadagniamo l’uscita. Il sole si ingigantisce sopra il deserto e colora il cielo di rosso.

Incontro lo sguardo di una donna anziana con il volto scoperto.
Porta tre lunghe e profonde cicatrici da taglio su ogni guancia.
Sorride ai nipotini che la accompagnano.
Noi donne, in nome dell’Amore, sappiamo sorridere sempre, comunque sia andata la nostra vita.

Forse anche lo sceicco di Abu Dhabi l’ha capito. Lo scorso anno ha intitolato questa moschea proprio a una donna e a una madre, la Vergine Maria, come segno di distensione e dialogo fra culture e religioni.

Abu Dhabi: come da bambina al Luna Park

10 novembre 2017

Sono nuovamente di passaggio in una città che conosco da anni ormai. Il mio rapporto con Abu Dhabi è come quello che avevo da bambina con i luna park: non c’è mai abbastanza tempo per tutti i giri in giostra, per godermi una felicità a luci psichedeliche, per rimpinzarmi di dolci gommosi e roba fritta. 

Eppure Abu Dhabi mi è amica.  Mi fa sentire a casa. È affascinante e protettiva. È calda, avvolgente, lustra e limpida. È una miscela omogenea di palazzi imponenti di marmi raffinati e grattacieli scintillanti che sorgono come funghi in un bosco autunnale. É tradizione e modernità insieme.

La già vivace vita culturale sta per arricchirsi di un ulteriore tesoro: domani verrà aperta la ” succursale” del Louvre, progettata dall’archistar Jean Nouvel. La “succursale” del Guggenheim di New York avrà dunque, in terra emiratina, una degna concorrente.  Ma, come sempre, per questo giro in giostra dovrò attendere la prossima festa. Domani è già  ora di ripartire e comunque i biglietti per l’inaugurazione sono ormai irreperibili. Sui giornali locali campeggiano le foto che ritraggono i coniugi Macron, scortati dallo sceicco di Abu Dhabi, in visita al nuovo gioiello architettonico che ospiterá un pezzo di cultura francese in terra straniera. 

A proposito dello sceicco. Ieri sera mi trovavo a passeggiare nella marina dell’Emirates Palace, un sontuoso hotel affacciato su una lunga spiaggia di sabbia bianca e sottile. 

La mia attenzione è stata calamitata, volente o nolente, da un’ingombrantissima imbarcazione che, avvicinandomi, ho capito essere un superyacht, proprio uno di quelli  la cui forma sinuosa ed altera, suggerisce materia degna di un paparazzo. È talmente grande che da vicino non ci sta tutta in una foto.

Il pontile era apparentemente incustodito. Non ho osato accedere alla passerella che conduce alla porta d’ingresso. La sagoma severa di una decina di Suv con i vetri oscurati parcheggiati tutt’intorno raccomandavano discrezione. Dopo una rapida ricerca su google ho scoperto che il giocattolino è l’ottavo più grande al mondo, è stato avvistato quest’estate al largo delle acque francesi ed è proprietà nientepopodimeno che dello sceicco di Abu Dhabi. L’elicottero posato sul tetto dell’imbarcazione, le luci e le sagome delle persone che si intravedevano all’interno suggerivano i preparativi di una festa. Chissà se i coniugi Macron ne saranno stati ospiti? 

Mi sono dileguata dopo aver esitato un poco ad osservare incantata le luci della città, un orecchino di pietre preziose sulla superficie del mare.  Il mio sguardo si è aggrappato ad una ruota panoramica che girava.  Il mio luna park! 

Viaggio in India, primo giorno: prendere tempo.

19 settembre 2017

L’Sms della compagnia telefonica Airtel, che mi dà il benvenuto nella più veloce rete 4G dell’India, esordisce con la parola “Namastè”. Ho appena riacceso il telefono dopo l’atterraggio all’aeroporto Indira Gandhi di Dehli. Il nostro viaggio per arrivare fino a qui  è stato un po’ tortuoso, ma necessario. Siamo partiti da Torino venerdì 15 alla volta di Cagliari. Abbiamo partecipato, il giorno seguente, a un tradizionale matrimonio sardo, celebrato nel trecentesco Santuario della Bonaria ( merita una visita, soprattutto per la scalinata)

Da Cagliari siamo poi ripartiti il 17 alla volta di Roma. Mi sono portata dietro però un souvenir indesiderato e ingombrante: una fastidiosa lombalgia che spero passi presto. 

Da Cagliari siamo passati a Roma, dove ci siamo intrattenuti un giorno in compagnia di amici, bighellonando allegramente per la cittá eterna, illuminata da un cielo meravigliosamente terso.

Ieri sera abbiamo preso il nostro volo diretto ad Abu Dhabi per giungere in India, questa mattina, alle ore 10 circa. 

Secoli fa, quando non esistevano gli aerei, per arrivare fino a qui, via terra, dall’Europa si doveva affrontare un’avventura lunga e piena di insidie. Marco Polo docet.

 Via mare, invece, Cristoforo Colombo aveva sbagliato strada e si era ritrovato altrove, come ben sappiamo. 

 Noi abbiamo invece dovuto diluire il nostro viaggio qua e lá in l’Italia, lo abbiamo dilatato, ma ci sembra comunque di essere stati teletrasportati all’improvviso in un’altra dimensione. Penso che non riuscirò mai ad abituarmi al senso di sorpresa suscitato dal percorrere in poche ore così tanti km.

Cosa stavo dicendo? 

Namastè! Si giungono le mani, chinandosi leggermente in avanti. Vuol dire che io mi inchino a te, riconosco la divinità che é in te. Questo è il saluto degli indiani. Mi inchino a voi che state leggendo questo diario.

In aeroporto, la faccenda del visto, funziona come in tanti altri aeroporti: si passa ai controlli dell’ immigrazione con tempi variabili a seconda dello zelo del funzionario e del numero dei passeggeri in attesa. Noi riusciamo a guadagnare l’uscita dopo circa due ore. Mi colpisce la presenza di un’apposita corsia per visitatori con visto per ragioni mediche : sono principalmente famiglie di africani. La domanda per il visto va compilata on line prima della partenza e con largo anticipo. Si deve rispondere a domande del tipo: di che religione sei? Come si chiamano i tuoi genitori? Sono nati in Pakistan? In quali paesi sei stato negli ultimi 10 anni? 

Fuori dall’aeroporto ci attende la nostra guida con l’auto di servizio. Dopo i convenevoli, veniamo risucchiati nel traffico infernale di questa città -stato, popolata da circa 25 milioni di persone. Diventiamo immediatamente parte di un magma umano, fumoso, irrequieto, sorprendente, puzzolente, doloroso, irritante, sorprendente e soprattutto rovente. La App del meteo sullo smartphone mi indica 38 gradi e un’umidità pari a quella di un bagno turco. Si circola a sinistra, unica regola della circolazione che riesco a distinguere, oltre a fermarsi al semaforo rosso.  Per il resto percepisco l’esistenza di regole esistenti ma non codificate. Motorette, auto, tuc tuc e camioncini, tricicli, biciclette, sfrecciano uno accanto all’altro, driblando passanti, mucche e altri animali. Si sfiorarano tra loro pericolosamente. Sciamano. Tagliano la strada. Bisogna essere abili, o folli, o semplicemente fortunati. Nessuno però sembra imprecare, sbracciarsi o gesticolare. I clacson sono un mezzo di comunicazione inarrestabile e petulante. È questa la voce proromente della città!

Per entrare in hotel, dopo aver oltrepassato un’alta cancellata presidiata da guardie con il turbante, la nostra auto viene sommariente perquisita. Scesi dall’auto, passiamo attraverso il metal detector. L’hotel, in perfetto stile coloniale, è un luogo di valore storico: nei suoi corridoi passò Gandhi, in uno dei suoi salotti si decise il destino del Pakistan.

Prima di cena ci concediamo un tuffo in piscina. Ci rendiamo conto di essere in un’oasi protetta per forestieri: da oltre il muro di cinta e la vegetazione, si leva la voce irrequieta della città. Il cielo è coperto da una patina biancastra con sfumature gialle. No, non sono le tipiche nuvole indiane. 

Da Cagliari a Sant’Antioco, come in un film.

13 Luglio 2017

Abbiamo noleggiato una piccola auto cabriolet. All’inizio Maritino non era molto soddisfatto della scelta ricaduta sull’elegante utilitaria, poi ha capito che invece poteva essere un buon modo per godersi le meraviglie dell’entroterra sardo. Probabilmente ha voluto soddisfare anche un mio inconscio desiderio di romanticismo. Mi ero infatti immaginata come in un film: io e lui, lunghe strade assolate e poco trafficate, paesaggi meravigliosi che cambiano sotto i nostri occhi e confondono i sensi. E il vento tra i capelli?  Infine, di notte, il cielo stellato sopra di noi, mentre l’auto costeggia il mare.

Così ieri abbiamo lasciato Cagliari per raggiungere l’isola di Sant’Antioco. È andato tutto proprio come nel mio film immaginario. 

Durante il tragitto, durato circa 1 ora e 30, abbiamo fatto una breve sosta per ammirare da lontano il Castello di Acqua Fredda. Lo abbiamo intravisto quasi per caso, sulla nostra sinistra, percorrendo la Sp 2 in direzione di Carbonia. Se ne sta ancora lì, sul suo cucuzzolo, dopo tanti secoli, impavido e irremovibile, seppure non sia più quello di un tempo. Si racconta che sia stato costruito per volere del Conte Ugolino della Gherardesca, personaggio storico che rivive nelle terzine della Divina Commedia di Dante. Un documento papale in realtà daterebbe la fortezza giá in un periodo precedente alla nascita del conte, che da queste parti, comunque, c’è stato veramente.

Siamo arrivati sull’isola di Sant’Antioco, la quarta più estesa d’Italia, attraversando un lungo itzmo di terra che la unisce alla Sardegna, poco prima di mezzogiorno. Il nostro hotel si trovava al centro di Calasetta e la finestra della nostra stanza era un’opera d’arte spontanea che ti rimane appesa dentro: tetti popolati di antenne, gabbiani, gatti, sullo sfondo gli alberi delle barche a vela e una striscia di mare che ha il colore della sorpresa e della felicità. Il cielo? Solo  il Grande Pittore potrebbe osare certi colori.

Abbiamo lasciato qui le nostre poche cose. La misura dei nostri viaggi, brevi o lunghi che siano, è inversamente proporzionale alla grandezza del bagaglio. Più è piccolo e leggero, migliore sarà il viaggio.

La ricerca di un ristorante per il pranzo è sempre un irrinunciabile pretesto per fare una salutare camminata di ricognizione. Il centro di Calasetta offre scorci pittoreschi sconosciuti al turismo dei grandi numeri verso paesi come Grecia, Croazia o le isole Caraibiche. Non voglio fare paragoni. I paragoni non servono a nulla. Penso semplicemente che luoghi come quest’isola siano altrettanto degni di viaggi indimenticabili, eppure in giro si vedono pochi turisti stranieri.

“Ora, chi era Sant’Antioco?” mi sono domandata.  Se un luogo porta il nome di un santo, conoscere la storia del santo, del personaggio storico, ci introduce alla storia intima e genuina di un luogo. 

Antioco era un medico nato in Mauritania, nel Nord dell’Africa. Fu esiliato in Sardegna dai Romani ai tempi dell’imperatore Adriano, perchè era cristiano e non volle abiurare la fede. In Sardegna continuò a curare le persone, non solo nel fisico ma anche nello spirito. I suoi resti mortali, sono stati ritrovati nelle catacombe sottostanti alla Basilica a lui intitolata, situata nel comune omonimo di Sant’Antioco, borgo indimenticabile per i suoi scorci pittoreschi.

 Prima di visitare le catacombe, a cui si accede entrando dalla Basilica, mi sono soffermata di fronte alla statua del Santo, oggetto di tanta devozione popolare, e ho sorriso: i secoli hanno fatto dimenticare che fosse africano e sicuramente non avesse fattezze europee, così come raffigurate invece dall’artista che ha realizzato la statua.

Abbiamo proseguito,  purtroppo molto velocemente, verso il Museo Archeologico e il “Tofet”, area sacra punico-fenicia adibita alla sepoltura dei bambini. Mi sono ritrovata ad immaginare, tuffandomi in un passato oscuro e remoto, papà e mamme, i nostri antenati, gente come noi, che portavano queste piccole urne contenenti i resti dei loro bambini sfortunati. Alzando lo sguardo verso l’orizzonte…il mare, come la speranza per un futuro migliore.

Il nostro breve tour termina bighellonando con la nostra mini cabriolet, tra le bellezze naturali isolane. Le vigne promettono un ottimo vino, come quello che abbiamo degustato presso una delle cantine locali. Abbiamo provato il bianco chiamato “Cala di Seta”. È così buono che ce ne siamo fatti spedire un cartone da sei bottiglie a casa, in Piemonte. Un souvenir per bevitori patentati!  Tempo di transito: una ventina di giorni circa ( perché il corriere passa sporadicamente, ci spiegano) 

Cin Cin. Brindo a voi, che mi leggete, sperando di avervi messo un po’ di voglia di passare di qui, la prima volta che verrete in Sardegna. 

Linosa. Piacevoli incontri e riflessioni.

22/06/2017 verso le ore 17

Scendo i tre pioli di una scaletta in ferro vecchio riverniciato, che, dal pontile di cemento armato, conduce in acqua. Scruto con diffidenza la superficie verdazzurra, che si stende calma sotto di me. Dalle dita dei piedi sale il freddo. Una delle due bambine-pesce che mi guizzano intorno, mi rassicura: ” non ci sono meduse e la profondità dell’acqua è di 5 metri e mezzo circa”. Mi immergo. La stessa bambina-pesce, tra una capriola, una breve immersione in apnea e un tuffo, si presenta: si chiama T., ha otto anni e mezzo e si fa portavoce della sorellina bionda, P., di sei anni e mezzo. In vacanza con i genitori, originari di questi luoghi così poco frequentati da turisti, T. e P. sono orgogliose di elencarmi le professioni svolte dai loro parenti. “Interessante! Ma a voi… cosa piacerebbe fare?” incalzo io.  Sul visetto furbo di T., incorniciato da lunghi capelli castani e incastonato da occhioni che si aprono splendenti come conchiglie, compare all’improvviso un’espressione di donna-bambina.

“A me piacerebbe aprire un diving e fare le immersioni, oppure diventare una biologa marina…ma anche l’ingeniere”. Cosa pensavo io del mio futuro a otto anni e mezzo? Cerco di ricordare ma non ci riesco proprio. Di sicuro non ero così determinata. Ah sì, mi piaceva tanto viaggiare sul camion con papà. Facevo finta di parlare le lingue strane delle persone che incontravamo durante i nostri viaggi. Forse si, ora che ci penso ero determinata e non sapevo di esserlo, se ora viaggio e mastico sei lingue straniere.

“E tu? Cosa vorresti fare?” chiedo allora a P. che mi osserva timida con i suoi occhi color dell’Oceano Indiano. T. prende di nuovo la parola, facendosi portavoce della sorellina che posa vezzosa nel suo bikini brillante: 

“Mah…a lei piaciono i trucchi e gli smalti”.

“Allora vuoi fare l’estetista, P.? Anche a me piaciono tanto e per saperli mettere bene bisogna studiare” rispondo pensando alla mia estetista che spesso è impegnata in corsi di aggiornamento.

Le due bambine-pesce escono dall’acqua e rifletto su ciò che mi piacerebbe fare da grande. Sono giá grande, ma c’è sempre qualche altro mestiere da desiderare anche quando si è adulti. Non si è mai abbastanza adulti. Ecco allora che sogno di fare la scrittrice, o più semplicemente di vendere libri, o magari fare la ciclofotografa in giro per il mondo. Esistono i ciclofotografi? 

Mi ritrovo di nuovo fuori dall’acqua, sul pontile di cemento armato vicino a mio marito, il mio compagno di vita e di tanti viaggi. Qui siamo solo noi, le due simpatiche bimbe-pesce, la loro mamma e la loro zia. Guardiamo il mare e assaporiamo le ultime ore di vacanza un po’ anni ’70 su quest’isola così unica nella sua composta e quieta bellezza.

Arrivederci Linosa.

“Andè a Cavuret” e le sequoie di Torino

Ho deciso la meta del mio prossimo “viaggio”. Dopo aver letto un articolo riguardante la località tanto ambita, ho ripiegato il quotidiano e mi sono detta: nessuno potrà dire di aver viaggiato abbastanza fino a quando non avrà conosciuto veramente il luogo da cui proviene. 

Ecco, una minuscola parte di me è nascosta in un luogo che non ho mai visitato, seppure basti percorrere 30 km per raggiungerlo.

Fino alla fine dell’800 Cavoretto era un comune autonomo. Ora é un elegante quartiere di Torino, in una meravigliosa posizione collinare che sovrasta la mia bella e austera città natale. 

“In quale luogo di Cavoretto sei nato esattamente?” scrivo a papà su whatsup.

“In strada Ronchi” mi risponde subito, ma non ricorda il numero civico. 

Mi scrive di nuovo verso sera, dopo essere andato a scartabellare tra chissà quante scartoffie ingiallite. Mi manda un estratto dell’atto di matrimonio, in cui è indicato il luogo di nascita di papà incluso il numero civico. Per poco non mi viene un colpo, anche perchè i miei genitori sono felicemente divorziati da più di 15 anni (quasi quasi propongo loro una bella festa di anniversario del divorzio, un po’ come fanno i Tuareg quando si lasciano)

Cerco allora di immaginarmela, questa Cavoretto del dopo guerra, adagiata languidamente sui fianchi di una collina. C’erano i vigneti ed era meta di romantiche scampagnate. Scopro anche che “andè a Cavoret”era un modo di dire  dei torinesi per indicare una spensierata scampagnata. 

Papà si ricorda anche una canzone sul suo luogo natale. Veniva intonata nelle “piole”, le osterie dove si beveva, si mangiava e si sghignazzava.  S’intitola la “Rampa ad Cavoret” (la salita di Cavoretto) e l’ho trovata su You tube. Non ve la traduco. Chi capisce il piemontese, capisca. Ai “forestieri” dico solo che si parla di una certa strada in salita particolarmente adatta per appartarsi e amoreggiare. 

“Papà, ho letto che in uno dei parchi c’è una coppia di sequoie! Lo sapevi?” 

Non lo sapeva neppure lui, che a Torino ci sono le sequoie.

Gita a Linosa. Impressioni da una bicicletta.

Giovedì 22 giugno 2017, ore 16 circa.

Da qualche tempo subisco il fascino un po’ sinistro degli edifici abbandonati. 

Mi avvicino e, se riesco, mi addentro. Ci respiro dentro. Aspetto. Non so cosa, ma so che devo aspettare. 

Basta una tazzina da caffè sbrecciata rimasta su un tavolino o alcune sedie arrugginite accatastate una sopra l’altra, per fare indietreggiare le lancette di sensi e immaginazione in un’altra epoca. 

Vedo quelle persone, sento i loro discorsi, tra le dita percepisco gli intrecci della vita che si sfila dalla mia presa lasciando che la barchetta di carta vada piano piano al largo.

Qui, al “Club Linosa”, ci sono arrivata in bicicletta, quasi per caso, seguendo il consiglio di una coppia di turisti: “Da quella parte non c’è nulla da vedere!”. Non andarci è di solito l’indicazione che preferisco. So che la meta del “non andarci” é quella che stimola la mia immaginazione. Così mi trovo a ispezionare una struttura turistico recettiva, con una terrazza panoramica eccezionale, completamente abbandonata, occhio e croce da una ventina d’anni.

Questo luogo rimescola nella mia anima malinconia, serenità, desiderio, indefinito, infinito.

Riprendo la bicicletta e proseguo il mio giretto per la sorellina minore delle Pelagie.

Ritorno a Lampedusa,terza parte: riflessioni sulla storia

Quest’isola, da quando l’uomo ha messo piede su di essa circa 7000 anni fa fino ad oggi, é stata un crocrevia di popoli e lo scenario di naufragi, razzie e conflitti. Di qui sono passati Fenici, Romani, Greci, Arabi, crociati, pirati, navigatori, soldati, santi, scrittori, pescatori e cantanti. Doveva essere molto diversa da come appare oggi, cioè 20 kmq di terra semidesertica e rocciosa. Un tempo infatti c’erano boschi popolati da selvaggina, frutteti e persino un castello fortificato. Osservando i relitti delle imbarcazioni dei migranti, abbandonati in uno spiazzo di fronte al porto, rifletto sul fatto che la storia sembra riproporsi ciclicamente: altri viaggi, altre speranze, altri naufragi. 

C’è chi dichiara che non verrebbe in vacanza qui. Un vero peccato. Ci si perde solo un’occasione di comprendere il cuore degli uomini. Qui batte forte e vola alto, come le ali dei gabbiani.

Ritorno a Lampedusa, seconda parte: giro in barca. 

Ieri mi sono concessa una una gita intorno all’isola, a bordo di un bellissimo e romantico caicco. Solo dal mare si riesce a cogliere pienamente la bellezza di questo luogo. Solo dal mare si assume il punto d’osservazione degli esploratori. È un susseguirsi sorprendente di cale, calette, grotte, scogli e faraglioni che si specchiano su acque di un colore che difficilmente si trova in natura, soprattutto quando si passa al largo della Tabaccara, dell’Isola dei Conigli o di Cala Pulcino. 

La temperatura dell’acqua è giá molto gradevole e invita a prolungare le nuotate. Il pranzo servito a bordo è squisito nella sua genuina semplicità: melanzane grigliate condite con un olio e prezzemolo, le acciughe marinate, le penne con uova di ricciola e cozze. Quando il caicco doppia Punta Sottile, un dito di roccia che costituisce l’ultimo baluardo dell’Europa, capisco che la gita sta per terminare e si fa rientro al porto.

Per organizzare un giro in barca, basta passeggiare per il porto. Le escursioni con pranzo a bordo sono ben pubblicizzate a terra. Se si preferisce rimanere a terra, si può partire alla scoperta di Lampedusa noleggiando scooter, quad, auto ( tra cui le caratteristiche Meari) e biciclette (come abbiamo fatto Maritino ed io).