Draghi e dogane

La mia prima volta in Inghilterra fu più di trent’anni fa. 
Papà faceva il camionista e percorreva l’Europa in lungo e in largo, instancabilmente.
Io ero una bambina già molto curiosa di vedere il mondo. Quando arrivavano le vacanze estive non vedevo l’ora di salire su quello che immaginavo essere un enorme drago sfavillante e partire all’avventura con il mio papà, come suo scudiero.
Di quel primo viaggio in Inghilterra ricordo innanzitutto il meraviglioso paesaggio collinare in Francia, prima dell’imbarco sul traghetto al porto di Calais. La strada seguiva le forme morbide, voluttuose e profonde delle colline color smeraldo. Su e giù, su e giù. Il drago scendeva docile per una collina, mentre si palesava già quella successiva. La strada pareva così inerpicarsi verso il cielo. Era un tardo pomeriggio e c’era poco traffico. A tratti sembrava addirittura una regione disabitata.
Tanti anni dopo ho rivisto alla Tv -in quei luoghi idilliaci di un tempo- fili spinati, montagne di rifiuti, tende e persone che cercano di fuggire salendo disperatamente sulle migliaia di camion diretti in Gran Bretagna.
Al porto, il nostro camion venne guidato nel profondo addome del traghetto e legato con le catene. Era il presagio di una traversata inquieta.
Lasciammo il drago, così umiliato, nella stiva per spostarci ai piani superiori della nave.
Per me, da allora, un’emozione positiva ha l’odore della prima volta su una nave.
Ricordo tanti piani con lunghi corridoi coperti di moquette blu e le porte delle cabine vicinissime una all’altra.
In una profumeria, papà comprò “Charlie” che piaceva tanto a mamma. Al ristorante mangiammo “fish and chips”  ( che furono anche le prime parole apprese). La sogliola di Dover fritta era grande e saporita quanto una bistecca!
La nave nel frattempo si era allontanata dal porto di Calais. L’oscurità era scesa ovunque. Il mare ed il cielo sembravano essere diventati un unico magma denso, all’interno del quale la nave si muoveva agilmente.
All’improvviso la nave diventò leggera come una barchetta di carta e venne sospinta bruscamente in ogni direzione, dal moto crescente delle onde. Mi divertii a giocare per i lunghi corridoi. Se spiccavo un salto quando la nave si piegava sotto un’onda, il corridoio si abbassava di fronte a me ed il mio salto mi portava più lontano di quanto avrei potuto fare con la sola forza delle mie gambe.
Mentre io giocavo con la nave e le onde, la maggior parte dei passeggeri fu vittima di un tremendo mal di mare.
Papà mi indicò, attraverso una vetrata, la luce del faro di Dover in lontananza. La nave rimase in balia di onde altissime e feeoci per molte ore. Il faro era sempre laggiù in fondo, irraggiungibile. Non ricordo dove e quando, ma mi addormentai.  Fui risvegliata dal rumore di pesanti catene e dal rombo dei motori che fuoriuscivano dal traghetto. Papà portò il camion in un luogo poco lontano dal punti di sbarco. Era un grande parcheggio. Non era ancora sorto il sole. Papà prese un voluminosissimo pacco di documenti dalla borsa e mi disse che dovevamo scendere per andare in dogana. Ero ancora molto assonnata, quindi della dogana ricordo solo che si prendeva un biglietto con un numero, come in panetteria, e si aspettava che esso comparisse su un tabellone luminoso a cifre rosse. C’era molto fumo. Fumavano tutti, tranne papà ed io. Ci vollero diverse ore per disbrigare le pratiche doganali.
Decisi dentro di me che le dogane erano veramente una cosa noiosa e stupida.
Solo al sorgere del sole, potemmo riprendere il viaggio.
Anni dopo, quando l’Europa divenne un Paese solo, mi venne in mente quella notte. Sorrisi. Quella fumosa dogana forse sarebbe scomparsa.
Mi è tornata in mente anche questa mattina, insieme alle immagini delle colline in Francia, della gente che fugge disperata, delle scritte “Brexit”, di una dogana immersa nel fumo. Ma non ho sorriso.

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