Sesta tappa: ritorno alle Bahamas.

16/04/2017

Sono ancora a letto quando, attraverso la vetrata della mia cabina, intravedo il vecchio faro del Porto di Nassau. Non amo chiudere le tende quando dormo. In realtà non amo le tende, che a casa sopravvivono solo per convenzionale abitudine. 

La nave si infila circospetta tra altri due grattacieli galleggianti e si arresta. Sbarco dopo circa un’ora e mezzo. Si respira aria di festa. Per la mia seconda volta alle Bahamas ho prenotato una visita guidata. Secondo le indicazioni del quotidiano di bordo gli episodi di delinquenza a danno dei turisti sono molto frequenti.

Salgo su un  piccolo autobus color glicine. L’autista, che indossa una camicia intonata con l’autobus, suda copiosamente, malgrado la temperatura dell’aria condizionata sia adeguata alla crioconservazione. Il giro per la città di Nassau e le zone limitrofe dura circa un paio d’ore.


Oltre il finestrino scorrono immagini avvolgenti ma contrastanti. Anche quando lascio l’autobus per salire su un motoscafo che porta alla vicina sola di Balmoral, penso: “questo Paese o ti piace subito o non ti piacerà mai” 


Cosa mi piace:

le costruzioni in stile coloniale dai colori accesi, le chiese candide con gli infissi blu all’ombra di alberi fioriti, la storia della pirateria, i poliziotti con la divisa in stile coloniale dall’aria severa  ( giacca bianca stretta in vita da una cintura di cuoio marrone, sul colletto alto la piastrina dorata con le cifre del numero di matricola, pantaloni neri, elmetto bianco), i poliziotti palestrati in bicicletta con divisa versione ciclismo,  le lunghissime lingue di sabbia color avorio su acque smeraldine, le donne che fanno le treccine alle bambine ballando e cantando, i casotti di legno variopinti sulla spiaggia, essere qui a Pasqua quando una parte di me vorrebbe essere a casa, i delfini che saltano fuori dall’acqua.


Cosa non mi piace:

Le troppe abitazioni fatiscenti poco oltre i quartierini puliti e ordinati del centro, i troppi poliziotti, la musica ad alto volume dei locali, le troppe conchiglie vendute per strada, il profilo liscio e serafico dell’isola segnato da hotel troppo alti ingombranti e kitch, le spiagge troppo affollate, il cibo troppo poco tipico per essere invitante. Il troppo.

Colgo al volo le parole di un compagno di viaggio: “Il mare qui è bellissimo, il problema è ciò che ci sta intorno”. Riassunto efficace direi.

La parola Pasqua deriva dall’ebraico “pesach”, vuol dire passare e io oggi… passo oltre. Ciao Bahamas.

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