Ottava tappa: St. Marteen, “the friendly island”

19/04/2017 Appena scendo dalla nave, a Phillipsburg, situata sul lato olandese dell’isola di St Marteen, sistemo subito le mie terga addormentate sul sellino di una bicicletta. Ah la bici, che passione! Come rinunciare a una bella pedalata proprio qui, “succursale” caraibica dell’Olanda?

Il ragazzo che affitta le biciclette mi scorta fino al “Boardwalk”, il lungo mare, a circa 1 km dal punto d’attracco delle navi da crociera. Qui si trovano i locali della movida, dello shopping e dello struscio. Essa si estende lungo la spiaggia della “Great Bay”, una distesa di sedie a sdraio e ombrelloni, tutti vicinissimi uno all’altro. L’affluenza turistica è intensa.  All’improvviso un déjà-vu! Ripassano davanti ai miei occhi le immagini della mia prima vacanza al mare, sulla riviera romagnola, Viserba, Viserbella, Torrepedrera, in campeggio con la mia amica del cuore. Le spiagge attrezzate mi fanno sempre questo effetto.

La mia guida svolta a destra e mi indica, dritto di fronte a noi, l’antico tribunale, quello dell’epoca dei colonizzatori. Sul tetto campeggia un ananas. Tradizionalmente questo frutto è un simbolo di benvenuto. 

La guida svolta quindi a sinistra, precisando che stiamo per percorrere una via meno praticata da turisti e visitatori, ma indubbiamente più suggestiva: qui si trovano le graziose casette di legno in stile creolo. 

Il giovanotto è un tipo piuttosto loquace e molto simpatico. Casualmente noto che le targhe dei veicoli, oltre al numero di serie, riportano anche una sorta di messaggio pubblicitario: “the friendly island” si legge, dunque essere “friendly” amichevole, è una prerogativa indiscutibile degli indigeni. Il primo che ho conosciuto è indiscutibilmente friendly. Io lo sono meno, ma faccio in fretta ad adeguarmi. Mentre mi conduce sulle pendici di una salita che potrebbe togliere il fiato in pochi secondi, se non fosse per il fatto che sono forgiata da centinaia di km in bicicletta sul fiero territorio collinoso piemontese, lo “intervisto”.

La parte francese dell’isola è più estesa di quella olandese, mi spiega. Secondo una leggenda, questo sarebbe dovuto al fatto che i colonizzatori francesi bevevano il vino, mentre gli olandesi il gin. Dunque il sole caraibico ebbe meno effetto soporifero sui francesi che “fecero più strada” e si accaparrarono più territorio. 

Raggiungiamo Fort Amsterdam, i ruderi di una fortezza del ‘600 che domina dall’alto la Great Bay. Oltre ad essere luogo di interesse storico, questa è la zona protetta in cui vengono a nidificare i pellicani. Il panorama è di eccezionale bellezza. 


Inizio a pensare che sia un peccato ripartite giá questa sera, senza poter visitare la parte francese. Riscendiamo, in mezzo al traffico stradale furibondo, verso il boardwalk. Davanti ad una buona birra locale , la Carib ( prodotta nelle vicine Trinidad e Tobago), sorseggiata in uno dei bar sulla spiaggia, chiedo alla guida se sia contento di una così massiccia presenza turistica sull’isola. Mi risponde che da quando è nato è sempre stata così. Non saprebbe immaginarla in modo diverso. Dichiara di essere felice. Il turismo è la principale fonte di benessere per questo piccolo Paese, in cui non si produce nulla e tutto viene importato. Un tempo, quando non esistevano i frigoriferi, andavano forte con il sale, poi si smise di produrre anche quello. Giacchè mi parla in inglese, ma l’isola è divisa tra francesi e olandesi, sono curiosa di sapere in realtà quale sia la sua lingua madre. Mi conferma che è l’inglese, come tutti gli abitanti. L’olandese e il francese sono materie di studio nelle scuole, ma in famglia e nella vita pubblica si parla inglese. Tra i più anziani è ancora diffuso il “papiamento”, un creolo che deriva dal portoghese e dallo spagnolo. Ma si sta purtroppo perdendo. Tiene a precisare che gli isolani sono molto uniti: lo hanno dimostrato, quando hanno dovuto rimboccarsi le maniche tutti insieme per riparare i danni ingenti subiti a seguito dell’uragano Kathrina. Lo devo ammettere, da ciò che vedo hanno fatto un ottimo lavoro e si vede che i turisti sono al centro dell’attenzione. 

Riconsegno la bici e mi congedo dalla simpatica compagnia. Girovago a piedi per Phillipsburg, soffermandomi a osservarne gli scorci caratteristici. Visito la chiesa metodista. 


Infine, accaldata e affamata, mi congedo un pranzo leggero in un ristorante lungo il boardwalk. Sul menù non vi è nulla di tipico, molti piatti sono rivisitazioni della cucina di altri paesi, dal Medioriente al Messico, ma gli ingredienti sono freschissimi e i sapori leggeri. Non manca un divertente intattenimento musicale a base di raegetton, barzellette e gag.

Agguanto un paio di souvenirs sulla strada verso il porto: la spiaggia diventata famosa perchè così tanto vicina l’aeroporto, da poter quasi toccare gli aerei con un dito è raffigurata anche sugli orologi da cucina. È anche attivo un servizio taxi dedicate si vuole assistere allo spettacolo. Mi fido sulla parola, mi dico.


Risalgo a bordo con un po’ di malinconia. Arrivederci Friendly Island.

 

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