Viaggio in India, primo giorno: prendere tempo.

19 settembre 2017

L’Sms della compagnia telefonica Airtel, che mi dà il benvenuto nella più veloce rete 4G dell’India, esordisce con la parola “Namastè”. Ho appena riacceso il telefono dopo l’atterraggio all’aeroporto Indira Gandhi di Dehli. Il nostro viaggio per arrivare fino a qui  è stato un po’ tortuoso, ma necessario. Siamo partiti da Torino venerdì 15 alla volta di Cagliari. Abbiamo partecipato, il giorno seguente, a un tradizionale matrimonio sardo, celebrato nel trecentesco Santuario della Bonaria ( merita una visita, soprattutto per la scalinata)

Da Cagliari siamo poi ripartiti il 17 alla volta di Roma. Mi sono portata dietro però un souvenir indesiderato e ingombrante: una fastidiosa lombalgia che spero passi presto. 

Da Cagliari siamo passati a Roma, dove ci siamo intrattenuti un giorno in compagnia di amici, bighellonando allegramente per la cittá eterna, illuminata da un cielo meravigliosamente terso.

Ieri sera abbiamo preso il nostro volo diretto ad Abu Dhabi per giungere in India, questa mattina, alle ore 10 circa. 

Secoli fa, quando non esistevano gli aerei, per arrivare fino a qui, via terra, dall’Europa si doveva affrontare un’avventura lunga e piena di insidie. Marco Polo docet.

 Via mare, invece, Cristoforo Colombo aveva sbagliato strada e si era ritrovato altrove, come ben sappiamo. 

 Noi abbiamo invece dovuto diluire il nostro viaggio qua e lá in l’Italia, lo abbiamo dilatato, ma ci sembra comunque di essere stati teletrasportati all’improvviso in un’altra dimensione. Penso che non riuscirò mai ad abituarmi al senso di sorpresa suscitato dal percorrere in poche ore così tanti km.

Cosa stavo dicendo? 

Namastè! Si giungono le mani, chinandosi leggermente in avanti. Vuol dire che io mi inchino a te, riconosco la divinità che é in te. Questo è il saluto degli indiani. Mi inchino a voi che state leggendo questo diario.

In aeroporto, la faccenda del visto, funziona come in tanti altri aeroporti: si passa ai controlli dell’ immigrazione con tempi variabili a seconda dello zelo del funzionario e del numero dei passeggeri in attesa. Noi riusciamo a guadagnare l’uscita dopo circa due ore. Mi colpisce la presenza di un’apposita corsia per visitatori con visto per ragioni mediche : sono principalmente famiglie di africani. La domanda per il visto va compilata on line prima della partenza e con largo anticipo. Si deve rispondere a domande del tipo: di che religione sei? Come si chiamano i tuoi genitori? Sono nati in Pakistan? In quali paesi sei stato negli ultimi 10 anni? 

Fuori dall’aeroporto ci attende la nostra guida con l’auto di servizio. Dopo i convenevoli, veniamo risucchiati nel traffico infernale di questa città -stato, popolata da circa 25 milioni di persone. Diventiamo immediatamente parte di un magma umano, fumoso, irrequieto, sorprendente, puzzolente, doloroso, irritante, sorprendente e soprattutto rovente. La App del meteo sullo smartphone mi indica 38 gradi e un’umidità pari a quella di un bagno turco. Si circola a sinistra, unica regola della circolazione che riesco a distinguere, oltre a fermarsi al semaforo rosso.  Per il resto percepisco l’esistenza di regole esistenti ma non codificate. Motorette, auto, tuc tuc e camioncini, tricicli, biciclette, sfrecciano uno accanto all’altro, driblando passanti, mucche e altri animali. Si sfiorarano tra loro pericolosamente. Sciamano. Tagliano la strada. Bisogna essere abili, o folli, o semplicemente fortunati. Nessuno però sembra imprecare, sbracciarsi o gesticolare. I clacson sono un mezzo di comunicazione inarrestabile e petulante. È questa la voce proromente della città!

Per entrare in hotel, dopo aver oltrepassato un’alta cancellata presidiata da guardie con il turbante, la nostra auto viene sommariente perquisita. Scesi dall’auto, passiamo attraverso il metal detector. L’hotel, in perfetto stile coloniale, è un luogo di valore storico: nei suoi corridoi passò Gandhi, in uno dei suoi salotti si decise il destino del Pakistan.

Prima di cena ci concediamo un tuffo in piscina. Ci rendiamo conto di essere in un’oasi protetta per forestieri: da oltre il muro di cinta e la vegetazione, si leva la voce irrequieta della città. Il cielo è coperto da una patina biancastra con sfumature gialle. No, non sono le tipiche nuvole indiane. 

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