Abu Dhabi, la moschea di Al Zayed nel sorriso delle donne

Venerdì 10 novembre, poco prima delle 16.

Dopo essere passate, la mia fedele tracolla da viaggio ed io, attraverso il metaldetector e lo sguardo vigile delle addette alla sicurezza, velate, truccatissime e lungo cigliate, mi viene mostrato l’ingresso di un camerino. All’interno di esso, un’altra sorvegliante mi squadra sommariamente e, col piglio più consono a un’abile commessa del settore abbigliamento, afferra un’abaya blu da uno degli appendiabiti e me la porge senza diritto di recesso. La tunica é confezionata con un tessuto morbido, leggero e luminoso. Scivola bene sui fianchi e arriva fino ai piedi, come un abito da sera. È dotata di una cuffia esigua che funge da hijab, il velo islamico. Mi copro dunque il capo come indicato in un cartello appeso a una parete.

Alcune turiste anglofone ugualmente alle prese con la vestizione, ridono fragorosamente. L’atmosfera ricorda i preparativi di una festa in maschera.
Esco e ritrovo Maritino che contempla l’imponente sagoma marmorea della Grande Moschea di Zayed.

Non mi riconosce subito, abbigliata con quel pastrano. Prima di lasciare l’hotel, avevo messo in borsa una pashmina per coprirmi il capo. Indosso dei pantaloni ampi e una camicia castigata a maniche lunghe, ma evidentemente non è sufficiente. Maritino, tra il serio e il faceto, mi dice che sto bene, anche se per lui starei bene anche vestita con un sacco della spazzatura.
Cominciamo la nostra visita imboccando il percorso guidato.
Oggi è giorno di festa per i musulmani ma  a quest’ora la moschea è gremita da turisti e semplici visitatori.
È un luogo di culto che colpisce soprattutto per le dimensioni, al limite dell’esagerazione, di ogni cosa su cui si posi lo sguardo. Destinata ad accogliere oltre 40.000 fedeli, è un complesso di edifici marmorei, sormontati da svariati cupoloni e minareti, che si estende per  12 ettari. La corte centrale, circondata da porticati kilometrici, si estende per  17000 mq ed è considerata, in virtù dei decori floreali, uno dei più grandi mosaici del mondo.

Nelle sale della preghiera, i lampadari in cristallo di Swaroski abbagliano il visitatore con riflessi e colori quasi psichedelici. Nella sala principale è presente il terzo più grande lampadario al mondo, alto quindici metri e dal diametro di dieci. Ai nostri piedi invece ammiriamo il più grande tappeto mai realizzato in Iran: quasi 6000 mq e 35 tonnellate di soffice meraviglia. Probabilmente oltre 1200 persone devono la perdita di diotrie a due anni della propria vita  trascorsi ad annodare fili di lana e seta.

Le colonne brillano di madreperla e le finestre mosaicate lasciano entrare ormai la luce quieta del tramonto.
Sono trascorse quasi due ore e non abbiamo ancora terminato il percorso. Mi distraggo osservando gli altri visitatori, soprattutto le famiglie native con bambini. Appaiono spensierate e allegre, le donne chiuse nel loro niqab oscuri mentre fotografano, con costosi smartphones, figlioletti e mariti. Chissà se e con chi condividono quelle immagini. Chissá se i social servono anche a loro per uscire un poco da un mondo chiuso e pieno di limitazioni.

Noi donne riusciamo a sorridere sempre,  anche quando ci imponono di coprirlo, il sorriso. Perciò talvolta incutiamo timore.
Guadagniamo l’uscita. Il sole si ingigantisce sopra il deserto e colora il cielo di rosso.

Incontro lo sguardo di una donna anziana con il volto scoperto.
Porta tre lunghe e profonde cicatrici da taglio su ogni guancia.
Sorride ai nipotini che la accompagnano.
Noi donne, in nome dell’Amore, sappiamo sorridere sempre, comunque sia andata la nostra vita.

Forse anche lo sceicco di Abu Dhabi l’ha capito. Lo scorso anno ha intitolato questa moschea proprio a una donna e a una madre, la Vergine Maria, come segno di distensione e dialogo fra culture e religioni.

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